R.E.M.No, anche se dal titolo potrebbe sembrare, non è un articolo su una mia improvvisa crisi religiosa. Sto parlando della più famosa canzone dei R.E.M., un noto gruppo rock statunitense formatosi nell’ormai lontano 1980 (ah, quanti bei ricordi gli anni ‘80…). “Losing My Religion” è infatti il primo singolo dell’album “Out of Time” uscito nel 1991 ed è anche il brano che è valso alla band il successo mondiale.

All’epoca avevo più o meno tredici anni e sinceramente non mi sono mai posto il problema di cosa effettivamente dicesse la canzone, vedevo solo il titolo che per me aveva un preciso significato: una persona che sta abbandonando la sua fede. Questo era ciò che per me rappresentava il brano: nel mio cervello di pre-adolescente era un se non il sibolo stesso dell’argomento. Usando un gergo più familiare ai frequentatori dei Social Network, si potrebbe dire che nella mia testa avevo taggato la canzone con le label “Ateismo” e “Perdita della fede”.
Il video musicale della canzone inoltre era molto criptico e pieno di simboli religiosi, il che non faceva che rafforzare in me l’idea di aver compreso solo dal titolo il significato del pezzo.
Questa mia convinzione e rimasta tale per tutta la mia adolescenza e oltre fino a poche settimane fa, quando riascoltando il brano mi sono chiesto: va bene, sta “perdendo la sua religione” ma perché? Cosa dice effettivamente la canzone?

Cercardo in internet, con mia somma sorpresa ho scoperto che il testo del brano non centrava niente con la religione e anzi la famosa frase “losing my religion” veniva interpretata da alcuni in modo letterale (“perdendo la mia religione”), mentre altri la trasponevano inaspettatamente con “perdendo la pazienza”, traduzione che si legava molto meglio con il contesto.
Mi assalì un dubbio atroce: vuoi vedere che in tutti questi anni non ho mai capito niente e quello che per me era un simbolo della perdita di fede in realtà non parla per niente di religione?

Documentandomi ulteriormente ho trovato che:

Losing My Religion (letteralmente “perdere la religione”) è un’espressione usata nella zona meridionale degli Stati Uniti e significa “perdere la ragione” o anche “perdere la pazienza”. È usata come alternativa a “flying off the handle”. Malgrado il titolo e il video non si tratta di una canzone legata a tematiche religiose. Lo stesso cantante e paroliere dei R.E.M. Michael Stipe dichiarò che la canzone si ispirava a “Every Breath You Take” dei Police. (fonte: Wikipedia)

Inoltre sempre Stipe dichiarò al New York Times che la canzone era basata su un’espressione romantica, mentre su Q magazine asserì che il brano parlava di “qualcuno che si strugge per qualcun’altro. E’ un amore non corrisposto”.
Ma allora come si spiega il video musicale pieno di simboli religiosi di varia natura?

Analizziamo la situazione: il video fu diretto da Tarsem Singh e originò da una combinazione delle idee di Stipe e Singh. Stipe voleva che il video fosse una semplice esecuzione del brano, simile a “Nothing Compares 2 U” di Sinéad O’Connor. Singh invece voleva creare un video nello stile di certi registi Indiani, dove tutto deve essere “melodrammatico e ironicamente sognante”, secondo Stipe. Dalle due idee messe insieme e probabilmente, aggiungo io, giocando un po’ con il titolo, è uscito il video che molti ricorderanno.

Il crollo di un pilastro della mia giovinezza mi ha inizialmente lasciato con un po’ di tristezza e confusione, subito superata dalla consapevolezza che il nuovo significato appena scoperto potrebbe donare nuove e inaspettate sensazioni, senza contare che resta sempre una bellissima canzone!
Vi lascio quindi con il testo originale del brano e il testo tradotto in italiano e di seguito il video musicale. Buon ascolto!

Testo Originale Testo Tradotto

Life is bigger
It’s bigger than you
And you are not me
The lengths that I will go to
The distance in your eyes
Oh no I’ve said too much
I set it up

(Chorus)
That’s me in the corner
That’s me in the spotlight
Losing my religion
Trying to keep up with you
And I don’t know if I can do it
Oh no I’ve said too much
I haven’t said enough

I thought that I heard you laughing
I thought that I heard you sing
I think I thought I saw you try

Every whisper
Of every waking hour I’m
Choosing my confessions
Trying to keep
An eye on you
Like a hurt lost and blinded fool
Oh no I’ve said too much
I set it up

Consider this
Consider this
The hint of the century
Consider this
The slip
That brought me to my knees failed
What if all these fantasies
Come flailing around
Now I’ve said too much

I thought that I heard you laughing
I thought that I heard you sing
I think I thought I saw you try

But that was just a dream
That was just a dream

That’s me in the corner
That’s me in the spotlight
Losing my religion
Trying to keep up with you
And I don’t know if I can do it
Oh no I’ve said too much
I haven’t said enough

I thought that I heard you laughing
I thought that I heard you sing
I think I thought I saw you try

But that was just a dream
Try, cry, why try?
That was just a dream
Just a dream
Just a dream
Dream

La vita è più grande
E’ più grande di te
E tu non sei me
Le lunghezze che percorrerò
La distanza nei tuoi occhi
Oh no ho detto troppo
L’ho voluto io

(Ritornello)
Sono io quello nell’angolo
Sono io quello alla ribalta
Che perdo la mia pazienza
Cercando di stare al passo con te
E non so se posso farcela
Oh no ho detto troppo
Non ho detto abbastanza

Ho pensato di averti sentito ridere
Ho pensato di averti sentito cantare
Credo che pensassi di averti visto tentare

Ogni sussurro
Di ogni momento in cui sono sveglio
Scegliendo le mie confessioni
Tentando di mantenere
Un occhio su di te
Come uno sciocco ferito, perduto e accecato
Oh no ho detto troppo
L’ho voluto io

Considera questo
Considera questo
L’aiuto del secolo
Considera questo
Lo sbaglio
Che mi portò in ginocchio fallito
Che importa se tutte queste fantasie
Arriveranno qui a colpire
Ora ho detto troppo

Ho pensato di averti sentito ridere
Ho pensato di averti sentito cantare
Credo che pensassi di averti visto tentare

Ma questo era solo un sogno
Questo era solo un sogno

Sono io quello nell’angolo
Sono io quello alla ribalta
Che perdo la mia pazienza
Cercando di stare al passo con te
E non so se posso farcela
Oh no ho detto troppo
Non ho detto abbastanza

Ho pensato di averti sentito ridere
Ho pensato di averti sentito cantare
Credo che pensassi di averti visto tentare

Ma questo era solo un sogno
Tentare, piangere, perché tentare?
Questo era solo un sogno
Solo un sogno
Solo un sogno
Sogno

Quel sabato si era deciso di fare un bel giro con alcuni dei ragazzi disabili che vengono alla nostra associazione, il Gabbiano, per andare a visitare a Milano il museo della Scienza e della Tecnica. Anche Nicolò, un signore sulla carrozzina, sarebbe stato dei nostri. La prima cosa da fare era andare a prendere la linea 58 che ci avrebbe portato dritti alla meta designata!

Nicolò sull'autobus

Nicolò sull'autobus

Con gli autobus, sia all’andata che al ritorno, non ci sono stati intoppi: avvisato l’autista della nostra necessità subito si è prodigato per aprire la pedana per far salire la carrozzina. Con mio sommo stupore ho verificato che non ci sono più le pedane elettriche di una volta, quelle che spesso si rompevano o non si aprivano proprio, ma delle pedane con apertura manuale: con un gancio si ribalta verso la strada una parte della pavimentazione dell’autobus, che in questo modo si adatterà benissimo a qualsiasi tipo di marciapiede. Devo dire che in effetti è più efficiente e affidabile anche se a prima vista sembra una soluzione più economica. Mentre accadeva tutto questo i passeggeri non si sono mostrati infastiditi dall’attesa, bensì erano incuriositi dal fatto insolito. Purtroppo spesso i cittadini non hanno neanche idea delle possibilità offerte dalla loro città e spesso si pongono dei limiti ulteriori oltre a quelli che magari già esistono. Gli unici che hanno mostrato insofferenza sono stati gli automobilisti, che come spesso avviene, non capendo cosa stava accadendo, hanno dato sfogo alla loro rabbia per l’attesa suonando i clacson.

Arrivati al museo della Scienza e della Tecnica subito ci siamo preoccupati vedendo gli scalini all’ingresso e nessun montacarichi, ma avvisati gli addetti ci hanno subito aperto un cancello laterale e abbiamo potuto usare un ingresso secondario su delle scalinate provviste dell’elevatore per la carrozzina. La guardia era l’unica che sapeva azionare il montacarichi, ma era molto preparata e sapeva bene come usarla in modo corretto e sicuro. All’interno il museo è poi dotato di ascensori e altri montacarichi per cui abbiamo potuto girare per le sale senza problemi.
L’unico vero ostacolo durante il nostro viaggio l’abbiamo incontrato in realtà subito all’uscita dall’associazione il Gabbiano, dove purtroppo il marciapiede è troppo stretto per la carrozzina e abbiamo dovuto fare un pezzettino in strada in contromano.

In conclusione abbiamo fatto una bella passeggiata per Milano con i ragazzi, che si sono molto divertiti sia dentro che fuori dal museo, non trovando lungo il nostro cammino barriere architettoniche che rovinassero la nostra giornata e questo è un segno incoraggiante per il futuro della città, sperando che l’impegno in questo senso non venga meno. C’è però da dire che nel nostro caso la persona disabile era accompagnata, sarebbe stato certamente più complicato per una persona in carrozzina da sola, ma nulla che non si possa superare con in pizzico di solidarietà fra concittadini.

Per info: Associazione il Gabbiano

Oggi, dopo mesi, ho deciso di mettere ordine alle montagne di sudatissime carte che affollavano la mia scrivania: ogni volta trovo qualche tesoro dimenticato nella memoria dei mesi passati, come, ad esempio, la foto vecchia di un anno di me e una ragazza che ho tanto amato e ho ancora nel cuore, o come il foglio degli avvisi della Parrocchia con riportato il testamento spirituale di Don Ferdinando Magoni, il prete con cui sono cresciuto, a cui devo molto, e che è salito in Paradiso di recente, il 2 gennaio 2008. Per me è stato un duro colpo la sua partenza, perché, nonostante i suoi 94 anni, sembrava imperturbabile e sempre reattivo con la sua arguzia, la sua intelligenza e la sua sapienza che lo rendevano unico. Ultimamente il fisico lo stava tradendo, ma lo Spirito sembrava sempre forte. In prima media è stato il mio insegnante di Scienze, Storia, Geografia e naturalmente Religione, un anno che non dimenticherò mai e che mi ha insegnato ad apprendere e a capire le materie durante le spiegazioni, risparmiando tempo a casa. Ricordo sempre le sue prediche, sempre argute e pieni di riferimenti alla vita di tutti giorni e alla scienza, alla storia e alla filosofia, materie a lui molto care. Ci metteva sempre qualche cosa che rendeva la sua predica unica e un piacere per me che l’ascoltavo. Insomma, gli volevo un gran bene e mancherà moltissimo a tutta la Parrocchia!
Ho pensato quindi di scrivere per manifestare la mia riconoscenza per tutto quello che ha fatto ed è stato, non solo per me, Don Ferdinando e per dirgli un grande e sincero GRAZIE! Per rendergli omaggio ho pensato di riportare qui di seguito le belle parole che ci ha lasciato in sua memoria e che tutt’ora mentre scrivo mi fanno commuovere.

Testamento Spirituale di Monsignor Ferdinando Magoni

Oggi, 18 Giugno 1997, raccolto negli Esercizi Spirituali presso i Padri oblati di Rho in preparazione al 60° Anniversario della Ordinazione Sacerdotale, avvenuta il 20 Giugno 1937, nella Cappella del Seminario Romano al Laterano, voglio esprimere il mio profondo ringraziamento a Dio, che mi ha creato, che mi ha fatto nascere in una famiglia con genitori e famigliari piissimi e in un paese di intensa vita cristiana.
Non potrò mai ringraziare abbastanza Iddio, per avermi chiamato alla vita Sacerdotale, per avermi dato una buona intelligenza e molti altri doni.
Io debbo chiedere perdono e misericordia se non ho sempre e doverosamente corrisposto a tanti favori concessomi dalla Divina Provvidenza.
Mi affido specialmente alla intercessione della Madonna Madre della Fiducia, la Vergine del Pianto, che ho sempre venerato e di cui ho cercato di favorire la devozione. A Lei alzo la mia preghiera, perché mi assista in vita e nell’ora della morte e perché attraverso la sua potente mediazione possa arrivare in Cielo, alla visione di Dio “ut videntes Jesum, semper collaetemur”. (Ave maris stella, Inno VIII secolo- ndr)
Così nella contemplazione di Cristo Gesù, Dio, potrò incontrare i miei nonni, nonne, papà e mamma carissimi e veneratissimi, zii e zie, parenti, amici, collaboratori, Vescovi, Parroci, Sacerdoti che hanno operato con me e per me.
Ai miei famigliari, parenti, a tutti quelli che mi hanno voluto bene, ai Sacerdoti, Insegnanti, alle Suore, alle Ancelle, agli amici, agli Ospiti dell’Istituto S. Famiglia, ai fedeli delle Parrocchie di Albino, Alzano Maggiore, S. Cristoforo, Baggio, Settimo Milanese e specialmente a quelli di Cesano Boscone, a tutti coloro ai quali ho fatto un po’ di bene, chiedo una preghiera.
Si ricordino di me.
Io non mi dimenticherò di loro.
A tutti un arrivederci in Paradiso.
Don Ferdinando Magoni
18 Giugno 1997
Fra qualche mese dovrei fare un bel viaggio negli Stati Uniti e la mia prima tappa sarà New York, soprannominata the Big Apple (la Grande Mela). Se ci si reca in un posto per la prima volta, viene spontaneo informarsi e per cominciare mi sono chiesto proprio perchè la città fosse famosa con questo nome.
Sebbene la storia del soprannome di New York City (ufficialmente The City of New York, in Spagnolo Nueva York) una volta era considerato un mistero, le ricerche degli ultimi due decenni, soprattutto da parte del noto etimologo amatoriale Barry Popik, e del professor Gerald Cohen della University of Science and Technology del Missouri, hanno fornito un quadro chiaro e ragionevolmente della storia del termine. Prima del loro lavoro, ci sono stati una serie di falsi etimologici, di cui la più ridicola è stata la pretesa, successivamente esposta come un falso, che il termine derivasse da un bordello di New York la cui proprietaria era conosciuta come Eva.
Il nome the Big Apple fu sentito per la prima volta dal giornalista sportivo John Joseph (Jack) Fitz Gerald nel gennaio del 1920 sulla bocca di due stallieri afroamericani, che definivano così l’ippodromo di New York. L’espressione gli piacque e la usò in alcuni suoi articoli sul New York Morning Telegraph, riferendosi sempre all’ippodromo, riportando come per gli scommettitori di corse di cavalli, New York fosse sicuramente il circuito (“la Mela”) più ambito e remunerativo. Entro la fine del 1920, a New York scrittori diversi da Fitz Gerald iniziarono a usare il termine “Big Apple” e lo usarono fuori dal contesto delle corse di cavalli.
Negli anni ‘30 “The Big Apple” era anche il titolo di una canzone e di una danza molto popolari che contribuirono a far si che il termine entrasse in uso. I musicisti Jazz, sempre negli anni ‘30 e ‘40, spesso usavano quest’appellativo, ancora una volta come una metafora del successo che ci si aspettava dal suonare nei club di Harlem e Broadway. Quando si suonava lontano da New York, si suonava “sui rami”, al contrario suonare a New York significava suonare nella “Grande Mela”! Nella figura sulla destra possiamo ammirare la placca rimasta dal locale the Big Apple Night Club all’incrocio tra la 135° strada ovest e la Seventh Avenue proprio nel quartiere di Harlem.
Walter Winchell e altri scrittori contribuirono ad alimentare l’uso del nome tra il 1940 e il 1950.
A partire dal 1960 invece “Big Apple” era conosciuto solo come un vecchio nome di New York. Nonostante questo nei primi anni ‘70 arriva la vera ufficializzazione del termine: nel 1971 infatti, Charles Gillet, presidente della New York Convention and Visitors Bureau (ora la NYC & Company, ovvero l’organismo ufficiale per il turismo e il marketing di New York), rilanciò il soprannome nella campagna di promozione turistica della città. Da quel momento rimase popolare l’uso di the Big Apple in riferimento a New York City. Infine nel 1997 il sindaco Rudolph W. Giuliani battezzò “Big Apple Corner” l’angolo tra la 54° strada ovest e Broadway, dove J.J. Fitz Gerald abitò dal 1934 al 1963, per rendere omaggio al grande scrittore, in qualche modo padrino della definizione.

Oltre a the Big Apple altri nomi con cui New York City è conosciuta sono: The City That Never Sleeps, Gotham (riferimento al noto fumetto Batman, pubblicato dalla DC Comics, ambientato in Gotham City, che altro non è che una trasposizione futuristica di New York), The Capital of The World (Novum Caput Mundi), The Empire City, The City So Nice: They Named It Twice.
Questa dunque la storia del soprannome più famoso di New York e chissà quante altre storie sulla città devo ancora scoprire. Non vedo l’ora di andarci di persona e vedere con i miei occhi i luoghi più affascinanti di questa incredibile metropoli.

Un altro mito di molte generazioni è il comandante Ernesto Rafael Guevara De la Serna, detto Che Guevara nato a Rosario in Argentina nel 1928.
Di lui a dire il vero non sapevo praticamente niente e non avevo neanche idea di quale fosse stata la sua vita. Due cose però nonostante tutto avevo chiare in mente: la sua famosa foto e il fatto che fosse stato un rivoluzionario. Recentemente ho deciso di porre rimedio alla mia ignoranza e di documentarmi un po’ sul suo conto.
Per cominciare, il soprannome “Che”, da dove viene? Gli venne attribuito dai suoi compagni di lotta cubani in Messico, e deriva dal fatto che come tutti gli argentini, pronunciava spesso l’allocuzione “che”. La parola deriva dalla lingua Mapuche e significa “uomo”, “persona”, e venne ripresa nello spagnolo parlato in Argentina e Uruguay, per chiamare l’attenzione di un interlocutore, o più in generale, come un’esclamazione simile a “hey”.
Ancora più interessante è la storia della famosa foto che l’ha reso un’icona in tutto il globo. Si tratta di una delle fotografie più stampate del secolo: nel mondo ci sono miliardi di effigi riguardanti il Che su riviste, libri, cartoline, poster, magliette e bandiere.
Ma chi fece quello scatto e in quale occasione? E come mai proprio quell’immagine divenne così famosa e non altre?
Procediamo con ordine: il fotografo si chiamava Alberto Diaz Gutierrez, detto Alberto Korda, originario dell’Avana. Prima della rivoluzione castrista era fotografo di moda, poi nel 1960 diventò fotografo del quotidiano Revolución. Proprio in quell’anno Guevara prese parte ai soccorsi alle vittime in seguito all’esplosione della nave La Coubre: mentre l’operazione di salvataggio era in corso, avvenne una seconda esplosione e i morti furono oltre cento. Fu proprio il 5 marzo 1960 all’Avana, durante i funerali per le vittime, che Korda scattò la foto che lo avrebbe reso celebre e che intitolò “Guerrillero Heroico“. Korda utilizzò una Leica con una pellicola Kodak Plus-X, che ospitava già fotogrammi di Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir e Fidel Castro. Nel negativo originale (da cui è stato messo in risalto il solo volto del Che) di profilo a sinistra appare il giornalista argentino Jorge Ricardo Masetti Blanco (Comandante Segundo) di origine bolognese, fondatore di Prensa Latina a Cuba e desaparecido in Argentina.
Ok, ma come diventò famosa a livello globale? Entra in gioco un altro italiano, Giangiacomo Feltrinelli, fondatore dell’omonima casa editrice. In quel periodo egli si trovava a Cuba e Castro, suo grande amico, gli affida l’opera di Che Guevara, “Diario in Bolivia“. In quell’occasione Feltrinelli si fece anche regalare da Korda due copie della foto del Che, che in seguito pubblicò sia come poster nel 1967, sia come copertina per il libro “Diario in Bolivia” nel 1968, libro che diventò presto un best-seller della casa editrice milanese. Grazie quindi a Feltrinelli la foto divenne presto l’immagine globalmente più nota del Che.
Da parte sua Korda non ricevette mai nessun compenso, permettendo a chiunque di utilizzarla per scopi vicini all’ideale comunista, così che l’immagine potè essere liberamente riprodotta e distribuita. Solo nel 2000 ottenne dal produttore di alcolici Smirnoff un risarcimento di 50.000 dollari per l’utilizzo illecito dell’immagine in una campagna pubblicitaria. Tale cifra venne poi donata al servizio sanitario cubano.
Questa dunque la storia dietro a quella foto, usata da molti come un simbolo, spesso purtroppo senza conoscere niente della persona Che Guevara, della sua storia, di quello che pensava o in cui credeva, e dunque senza conoscerne il significato; questo, indipendentemente dalle sue idee, a mio parere è un vero peccato.
“Smells like Teen Spirits” (uscita nel 1991 come singolo e nell’album “Nevermind”) è una famosa canzone dei Nirvana, noto gruppo musicale americano attivo tra il 1987 e il 1994, fondatori e maggiore espressione del genere grunge.
Normalmente non mi soffermo molto sul significato delle canzoni, ma ultimamente, ascoltando spesso la radio, mi è capitato di risentire questa canzone ed altri successi dei Nirvana, e mi è venuta la curiosità di approfondire la storia di questo gruppo un po’ fuori dall’ordinario, visto che all’epoca io ero più un uditore occasionale di musica e non mi interessavo del panorama musicale…insomma devo recuperare!
Cercando su internet ho trovato una notizia curiosa sulla genesi del titolo di questo pezzo dei Nirvana che mi è sembrata molto interessante: Kurt Cobain, il leader del gruppo, elaborò il titolo della canzone quando la sua amica Kathleen Hanna, all’epoca cantante della punk band Bikini Kill, scrisse con lo spray sul suo muro di casa “Kurt Smells Like Teen Spirit”. Siccome precedentemente si erano trovati a parlare di anarchismo, punk rock, e argomenti simili, Cobain interpretò la frase come se avesse un significato rivoluzionario. Quello che Hanna in realtà intendeva invece, era che Cobain odorava come il deodorante Teen Spirit, che era quello che usava Tobi Vail la sua fidanzata di allora. All’epoca dell’uscita della canzone, Cobain non aveva idea dell’esistenza del marchio, ma quando ne venne a conoscenza alcuni mesi più tardi, fu abbastanza seccato nel sapere che la canzone aveva un titolo che riprendeva una linea di deodoranti.
Il pezzo intanto ebbe un grande successo e divenne presto il simbolo delle nuove generazioni; dunque la Mennen, la compagnia che vendeva il “Teen Spirit”, non poteva farsi sfuggire l’occasione: non potendo usare la canzone a causa di restrizioni legali, decise di cavalcare l’onda del successo e l’appeal sulle generazioni di giovani con slogan del tipo “Do you smell like teen spirit?” e “Deodorant made for your generation”, dove il riferimento alla canzone è abbastanza palese.
Quando la Mennen venne acquisita dalla Colgate-Palmolive nel 1992, il marchio “Teen Spirit” veniva considerato il più popolare tra quelli nel settore, ed era il favorito di quasi 1/4 delle ragazze adolescenti americane. A causa della sua immensa popolarità, la Colgate-Palmolive pianificò una nuova linea per la cura dei capelli con il nome “Teen Spirit”, che venne messa in produzione nell’agosto di quell’anno ed ebbe un ottimo successo commerciale come sperato. Sfortunatamente per la Colgate, il nome “Teen Spirit” iniziò a perdere il suo fascino non appena la canzone con lo stesso nome inizio a uscire dalle classifiche. Alla lunga la compagnia fu costretta a dismettere la linea per la cura dei capelli, ma mantenne la linea di deodoranti. Oggi, a 16 anni di distanza, tutto quello che è rimasto della linea “Teen Spirit” è il deodorante in stick.
Per fortuna la canzone rimane invece immemore nelle nostre anime di giovani ribelli un po’ cresciuti…

Non so se avete mai sentito nominare Neroogle… Io ne ho sentito parlare per la prima volta ieri da alcuni miei amici come il nuovo motore di ricerca “ecologico”. Ho scoperto che è un po’ la moda del momento creare uno di questi motori. Praticamente si tratta di interfacce web che usano Google per fare le ricerche, ma presentano tutte le pagine di ricerca e i risultati con sfondo nero e caratteri grigi in modo che così si risparmierebbero un sacco di MW di corrente nel mondo, in quanto i pixel neri consumano meno di quelli bianchi.
Premetto che anche io tengo molto all’ambiente e al consumo energetico, ma tengo anche a capire come stanno effettivamente le cose. Partendo dai miei studi di OptoElettronica, ho pensato di cercare un po’ sul web prima di farmi un’opinione. A tal proposito vorrei segnalare questo post sul blog di Paolo Attivissimo che affronta il problema.
Dopo aver letto un po’ in giro la conclusione è che se per gli schermi a tubo catodico (CRT) il discorso del risparmio può avere un senso (anche se risparmiereste molto di più non lasciando il pc in standby o acceso inutilmente), per la maggioranza degli schermi usati oggi, ovvero gli LCD, il discorso del risparmio è un po’ una bufala. Gli LCD funzionano in generale con lampade a retroilluminazione sempre accese e le celle con i cristalli liquidi polarizzano solamente la luce, a seconda del loro orientamento, per ottenere i diversi colori: ovvero usando il nero semplicemente i cristalli bloccano il passaggio della luce, ma non cambia molto il consumo che dipende prettamente dalle lampade che restano ovviamente sempre accese.
La conclusione è che non solo, come è ben risaputo dai grafici, una tale combinazione di colori scuri su una pagina web alla lunga affatica la vista, ma oltretutto non si ottiene in generale nessun effettivo guadagno, se non per alcuni di questi motori di ricerca “ecologici” che spesso lucrano sugli accessi al sito.